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                                                                         Leggono: Lavinia Biagi e Fabrizio Ansaldo                                                             

Ho fatto un sogno.

Un gruppo di musicisti jazz stanno suonando.  Ma nel momento dell’assolo di uno di questi, come in un fumetto colorato, dal suo sax escono lettere, una dopo l’altra, che si vanno raggruppando in alto, sospese, sopra le loro teste.

Non è diverso il suono di quel musicista da quello degli altri. E’ un grido lirico, il suo, alcune volte strozzato, altre sommesso, appena percettibile, che lentamente risale, dentro, nella memoria.

Carver è blues.

E’ lui che sta suonando insieme al piano di Charles Mingus, ai sax di Dexter Gordon e Joe Henderson.

Carver è blues.

E’ blues nella nuda corposità, nell’asciuttezza dei suoi racconti.

E’ blues nella morbida, tesa, flessuosità delle sue parole. Ora, soffiate; ora, staccate. Ora, vibrate.

Sì, Carver è blues.

E’ blues in quei momenti di intensa spiritualità, quando i suoi personaggi, gettati dentro stanze di motel o intorno a un tavolo, raccontano le loro storie. Le nostre storie. La loro vita, la nostra vita.

Di quei momenti, questa sera, in questa stanza, parleremo.

 

Conobbi Dexter Gordon al Music In di Pepito Pignatelli, in una delle sue abituali performance nel neonato locale romano.

Un omone. Un gigante buono. Parlava con la stessa flemma delle ballads che rovesciava dentro le nostre bocche, sotto, aperte.

Leggero, nel ricordo di quando saltava i pasti o di come ingurgitava whisky chiamandolo per nome, come se fosse il  compagno di strada e non come uno spietato assassino seriale.

Dexter Gordon e la sua voce. Quella voce che sarebbe piaciuta a Raymond Carver, l’altra voce narrante per semplici storie di quotidiana esistenza.

Carver e Gordon.

Li ho immaginati seduti, l’uno accanto all’altro, ignorandosi come si ignorano le persone simili.

Carver e Gordon, due specchi d’acqua sui quali affiorano, a guardar bene, i nostri volti increspati.

Carver e Gordon hanno raccontato le stesse storie. Ognuno a suo modo. Nello stesso tempo, ma senza mai incontrarsi.

Tutti e due, in fondo, sapevano che nessuno è solo.

 

Leggono: Lavinia Biagi e Fabrizio Ansaldo

Tutte le donne di Buk

L’hanno amato, idolatrato, mitizzato. L’hanno fatto sentire figlio, padre, Dio. Si sono rivolte a lui come ad un bambino, un barbone, uno scrittore scabroso. Si sono fatte bere come una pozione d’amore. Si sono offerte alle sue ingiurie, ai suoi modi bruschi. Si sono fatte picchiare come si aspettavano facesse. E lui le ha rese felici, alcune. Furibonde le altre,  negli anni del femminismo militante.

Il tempo mitiga, premia, cancella. E Buk è stato premiato. Dal successo, dal consenso, man mano che veniva restituita la sua prosa ingenua, trasparente, schietta. Innocua.

Una prosa che in quei febbricitanti anni ’70 si andava spargendo con quegli stessi umori da cui era stata ispirata: dai russi a John Fante, ai duri del cinema, dalle pene del sottosuolo alla protesta schiva, indiretta, elusiva, refrattaria alle urla, l’ironia beffarda, il riso amaro dell’inquietudine.

Le donne, tutte le donne di Buk, mi piace immaginarle come nel film di Truffaut. Partecipi, ognuna a suo modo, ma tutte presenti nel giorno del suo funerale. Il funerale di un uomo che le amava tantissimo e che, dato l’aspetto segnato da pustole adolescenziali indelebili, aveva scelto di amarle di nascosto, dietro, dentro il suo alter ego Chinaski.

Chinaski: un goffo omaccione che non riesce a nascondere le sue fragilità, le insicurezze, le paure.

C’è un candore gentile che mi piace trovare, sapere che c’è, da qualche parte, in fondo a quell’anima che beve birra, rutta e che, poi, vomita tutto fuori. 

 

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Leggono: Patrizia Bellucci e Fabrizio Ansaldo

Cielo Truccato

                                                                                      a Charles Bukowski

Sono stato là fuori non so quanto.

Sai di cosa parlo, vero Charles?

Sono stato là fuori non so quanto,

prima di entrare, trovarmi un posto

dietro queste casse che sparano watt a iosa.

E adesso che sono qui,

scrivo per non sentirmi

troppo addosso,

per non guardarmi

sempre dentro.

Per non avermi sempre intorno

scrivo una di quelle, Charles.

Una di quelle per cui ti offrono

Cielo Truccato. Così, l’ha chiamato il ragazzo.

  “Un altro per il mio amico Charles!”

Peccato che poi l’ho vomitato.

 “Non fateci caso, non vi offendete,

datemi ancora un momento.”

Sono stato là fuori non so quanto.

 “Ritornerò, certo. Sempre che tu,

ragazzo, voglia offrirmi ancora da bere.”

Sono stato là fuori non so quanto.

                                           Fabrizio Ansaldo

Fabrizio Ansaldo legge alcuni brani dai romanzi di Roberto Pallocca  Teatro Duse Roma 2017